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Fuori il presepe, dentro il vibratore

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Anche quest’anno la scuola più illuminata ha avuto i suoi campioni schierati in difesa del vuoto più assoluto, riconosciuto, propagandato e difeso come l’unica strada percorribile per giungere all’integrazione perfetta.
Nonostante coloro che vogliono, e devono, integrarsi non sembrino infiammare la nostra vecchia e stanca penisola insorgendo in massa contro il presepe.
La scusa è la solita, assurda e penosa: quella di difendere una qualsiasi minoranza prima ancora che chieda di essere difesa.
Minoranza “che potrebbe sentirsi soverchiata da rituali non propri” o “subire ciò che non le appartiene”, e considerato che “la favoletta che la cultura europea è figlia di tante cose tra cui il cristianesimo non sta più in piedi, a scuola non ci devono essere simboli che dividono”.
Per cui, grazie all’ennesimo zelante preside, niente presepe.
Perché divide, perché non è “inclusivo”, perché costringe alcuni a subire qualcosa che non gli appartiene.
Come può dividere un luogo, un bambino che spinge pastori puzzolenti e re a inginocchiarsi insieme, se pur in tempi diversi, di fronte allo stesso avvenimento?
Come può far sentire esclusa una minoranza un fatto che, sconvolgendo le categorie presenti in ogni epoca, chiede a schiavi e potenti di guardarsi come fratelli?
E poi, una scuola vera, che volesse favorire una vera inclusione, farebbe presentare ad ogni minoranza qualcosa della propria cultura, ciascuno nel periodo dell’anno che gli è proprio.
Io ti mostro qualcosa che ti dice chi sono e tu fai altrettanto: non è forse questo uno dei compiti della scuola?
E come si può parlare di integrazione se non esiste una cultura in cui integrarsi, se faccio di tutto per negarla?
Non è un’apologia del cristianesimo quella che sto facendo.
Se una cosa non è affascinante di per sé qualunque difesa è inutile, che si spenga pure da sola!
Quello che mi è insopportabile, invece, è l’attacco gratuito, ignorante, partigiano.
Soprattutto quando viene da chi si presenta come difensore della vera cultura, o almeno questo è ciò che dovrebbe essere e fare.
Dico questo perché la scuola statale, che mi toglie il presepe per evitare che una minoranza, peraltro sempre rimasta silenziosa, si senta “soverchiata”, non rispettata da simboli non suoi imposti con la forza, questa stessa scuola arriva nella classe di mia nipote appena tredicenne coi suoi “esperti” e, senza che sia presente uno solo dei suoi insegnanti, le parla esplicitamente di sesso orale, anale, di come sia possibile soddisfarsi anche da soli in tanti simpatici modi, con ammennicoli di vario tipo, spiegati perbenino, che è possibile infilarsi dappertutto.
E magari, visto che le feste sono alle porte, perché non scambiarcene qualcuno sotto l’albero addobbato a festa?
E così, per Natale, nella scuola pubblica che tanto difendiamo, si spiega a tante nostre figlie, che hanno da poco lasciato le elementari, come togliere di mezzo il poco inclusivo presepe per sostituirlo con un più rispettoso, interculturale, multietnico vibratore.
Con le istruzioni per l’uso, ovviamente, sennò che scuola sarebbe!
Ah, dimenticavo, buon Natale!