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Il sole che non fa ridere

Nel 1987 con il referendum sul nucleare gli italiani si dichiararono contrari all’anergia ricavata dall’atomo.
Seguii la massa anch’io.
Le trasmissioni in tv spacciarono per inevitabile, in quanto era intenzione dei paesi europei, così assicurarono in più occasioni alcuni esperti, la graduale chiusura delle centrali esistenti e la messa al bando di questo tipo di energia, al massimo nell’arco di un ventennio.
Era pertanto inutile, addirittura uno spreco di risorse, l’impegno del nostro paese in un settore che sarebbe stato presto abbandonato.
Questo passò attraverso il tubo catodico e il messaggio arrivò martellante nelle case, compresa la mia.
Mio padre, come spesso faceva, mi avvisò di stare attento a non farmi abbindolare: quello dell’energia è un settore strategico in cui aveva lavorato da giovane (non nel nucleare) e sapeva che nessun paese ci avrebbe rinunciato.
Accadde però che io credetti agli esperti (ovviamente quelli che ebbero il permesso di spargere il loro verbo in tv) e votai contro il veleno radioattivo.
Accadde anche che ci ritrovammo circondati, unica isola verde nel mare dell’Europa atomica, da qualcosa come oltre 400 centrali nucleari.
Una delle conseguenze è che oggi l’Italia importa energia elettrica dai paesi confinanti e gas e petrolio dalle coste dell’Africa e dall’est Europa, mentre un incidente in una qualsiasi centrale della Francia, nazione che conta 58 reattori nucleari più uno in costruzione, ci riempirebbe di radiazioni fregandosene del referendum dell’87.
Un’altra delle conseguenze è che il nostro paese può essere ricattato da chi gli fornisce energia.
Avete presente Berlusconi che trattava Gheddafi come un carissimo amico? Appunto.
Arrivo al nocciolo della questione.
In una puntata di Report di fine novembre, la Gabanelli si è occupata del caso Ablyazov.
La persona in questione è un ex amico, il che per un despota significa automaticamente oppositore, del dittatore kazako Nazarbaev, anche lui grande amico del nostro ex premier.
Nella notte tra il 28 e il 29 maggio 2013 la moglie e la figlioletta vengono prelevate dalla loro casa di Roma e poi rimpatriate, con una operazione di polizia degna dei più pericolosi capi mafia.
Si appurerà poi che avevano i documenti per rimanere in Italia e che il ministro dell’interno Alfano non era neanche stato avvisato (ufficialmente).
Per chi vuole saperne di più: I misteri dell’operazione Ablyazov
Dall’inchiesta di Report sembra, ma la cosa è plausibilissima senza bisogno di tirare in ballo fonti anonime, che il governo kazako abbia fatto pressioni sui vertici ENI minacciando i proficui rapporti tra i nostri due paesi legati al petrolio, per fare in modo che Ablyazov, che era stato rintracciato in Italia, fosse preso, impacchettato e rispedito in Kazakistan.
Il resto è ormai storia, vergognosa per giunta.
Ablyazov non era in casa e la sua sorte è toccata alla moglie e alla figlia, rimpatriate con una velocità che ha dell’incredibile per casi come questo, se pensiamo che ci sono stati clandestini che hanno commesso crimini nel nostro paese ai quali è stato dato il foglio di via senza controllare che se ne andassero veramente.
Mi torna in mente la frase del sommo sacerdote Caifa: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera».
È un criterio che i governi adottano spesso: non si può sacrificare l’interesse nazionale, l’approvvigionamento di energia necessaria al paese, per trattare secondo giustizia un solo uomo, oltretutto straniero.
L’Italia ha fame di energia, ma sfamarsi ha un prezzo.
Un prezzo che, almeno in questo caso, avremmo potuto non pagare; avremmo potuto puntare i piedi almeno per una volta, farci valere, noi italiani, se il referendum del 1987 non avesse avuto l’esito che conosciamo, grazie al “sole-che-ride”, felice di aver difeso l’ambiente.
Ma a me, questo sole, non fa più ridere da un pezzo.