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C’era una volta la giustizia

La Giustizia

 

“Ecco dunque sopra di che è fondato il diritto del sovrano di punire i delitti: sulla necessità di difendere il deposito della salute pubblica dalle usurpazioni particolari…”

Vi racconto una storia, cominciata tanto tempo fa.

C’era una grande e bellissima nazione, i cui abitanti compirono grandi sacrifici per risorgere dalle macerie di una guerra che l’aveva insanguinata per anni.

I più illustri e saggi si riunirono spinti dal desiderio di una vita nuova per il loro popolo e lavorarono a lungo per lasciarsi quello scempio alle spalle e creare un nuovo stato.

Superando molte difficoltà giunsero a scrivere una grande legge che chiamarono “costituzione”.

Da essa ne scaturirono tante altre, con lo scopo di proteggere il più debole dalla protervia e dalla violenza del più forte; di riconoscere ad ognuno la stessa dignità e il medesimo valore di un altro; di rendere la convivenza tra gli uomini dignitosa, oltre che possibile.

Nei decenni che seguirono la gente di quella nazione crebbe, assieme al benessere che aveva saputo costruire.

Fu consentito a tutti l’accesso a cure adeguate a spese dello stato; si permise alle persone di ogni ceto sociale di ricevere un’istruzione; si fece in modo che ognuno potesse denunciare un torto subito e chiedere e ricevere giustizia: non solo il ricco, il nobile o il potente.

Persino i cittadini di altri paesi, che fuggivano da guerre lontane, trovarono rifugio in questa terra venendo accolti e sfamati; e se qualcuno osava chiamare quegli sfortunati ospiti con nomi strani, come “clandestini”, veniva giudicato senza indugio e condannato a pagare.

I cittadini e le cittadine di quel paese sapevano che la legge proteggeva loro con la stessa solerzia, la stessa  intransigenza adoperate per proteggere i loro ospiti; erano certi che se un cittadino avesse subito un torto, o peggio, una violenza il colpevole sarebbe stato immediatamente preso… e liberato.

Come? Cosa? Ho detto liberato? Ma che storia è?

Ci deve essere un errore. Non può essere altrimenti: un errore.

Dunque, ricapitoliamo.

Il primo caso: dei cattivi hanno chiamato degli stranieri “clandestini”, invece che “rifugiati” (non ci posso credere!).

Vengono denunciati (e che si aspettavano questi cattivi?).

Parte il processo e in poco tempo sono condannati (sì, così si fa, altro che libertà di espressione!).

Giustizia veloce, precisa, inesorabile.

Il secondo caso: cittadina stuprata all’età di sette anni dal convivente della mamma (il pezzo di fango avrà sicuramente ciò che merita!).

Parte il processo (braviiii!).

Dopo diversi anni arriva la condanna (forse era meglio decidersi prima, ma va bene lo stesso).

Lui si appella (ma va!) e gli atti del processo passano ad altra procura (??).

Trascorrono altri nove anni senza che accada nulla (no!).

Ne passano venti in tutto.

Arriva la prescrizione: lui ne esce pulito, libero, come una rondine.

“Bisogna guardarsi di non attaccare a questa parola giustizia l’idea di qualche cosa di reale, come di una forza fisica, o di un essere esistente; ella è una semplice maniera di concepire degli uomini, maniera che influisce infinitamente sulla felicità di ciascuno…”

Il ciascuno di oggi è la bambina di allora, ormai donna, consapevole che il suo stupratore è a spasso, col rischio di trovarselo davanti di nuovo, costretta da una giustizia frutto del “concepire degli uomini” a guardarlo in faccia.

“…quanto è minore la distanza del tempo che passa tra la pena ed il misfatto, tanto è più forte e più durevole nell’animo umano l’associazione di queste due idee, delitto e pena, talché insensibilmente si considerano uno come cagione e l’altra come effetto necessario immancabile.”

“Il lungo ritardo non produce altro effetto che di sempre più disgiungere queste due idee…”

E il nostro bravo ladro, stupratore, assassino di turno, che sia straniero o italiano poco importa, si ritrova sempre su quella strada “…per dove cerca d’incamminarlo la seducente idea dell’infrazione della legge.”

Si, lo so: così non si può andare avanti!, è uno schifo!, vergogna!, datecelo che ci pensiamo noi a quel porco!, ci vuole la pena di morte!, in che mondo viviamo!, non siamo cittadini di serie B!, vogliamo gli stessi diritti degli extracomunitari! e tante altre belle cose.

Ma se vi state seriamente domandando che succede e dove vi trovate, sappiatelo: siete i cittadini reali di uno stato reale.

Fatevene una ragione: quella del paese che vi ho descritto all’inizio, come ho già detto, è solo una storia.

 

P.S. Le frasi virgolettate sono tratte da “Dei delitti e delle pene” C. Beccaria   (250 anni fa, che dire…)

P.P.S. Sul serio qualcuno si chiede ancora perché c’è chi vota Lega?