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Charlie deve morire

Molti anni fa un amico, ed ex collega di lavoro, si ritrovò in fin di vita in ospedale, uno dei migliori della mia regione, a seguito di un bruttissimo incidente.
Dopo mesi di coma i medici informarono i suoi genitori che avrebbero staccato i macchinari che lo tenevano in vita.
Non c’erano più speranze; se anche fosse accaduto un miracolo, sarebbe rimasto come un vegetale e se, sempre per miracolo, si fosse risvegliato, avrebbe passato il resto della vita su di una carrozzella; questo dissero.

Non accadde niente di tutto ciò, invece.
I suoi sentirono parlare di una clinica in Svizzera e ce lo portarono.
Il succo del discorso che si sentirono fare fu: “Se fosse venuto prima sarebbe tornato come nuovo”.
Non so se i medici del nostro ospedale fossero o meno a conoscenza di quella clinica; avrebbero dovuto, a mio parere, visto che si tratta del loro mestiere e che una struttura che cura in modo quasi miracoloso non passa inosservata tra gli addetti ai lavori.
Quello che so è che incontrai il mio amico anni dopo: era in discoteca e ballava, con molta difficoltà certo, ma stava in piedi, scherzava con me e ballava.
Nessuno, all’epoca, si era azzardato a impedirne lo spostamento in quella clinica.
Nessuno aveva osato dire al padre e alla madre che non potevano decidere per la vita del figlio, o peggio, che sarebbero stati costretti a guardarlo morire.

Il caso di Charlie Gard, bambino inglese affetto da una malattia rarissima e incurabile, è un po’ diverso.
Quello che cambia non è tanto il verdetto dei medici che hanno dato per morto il paziente, che non hanno nutrito nessuna speranza tranne quella di farlo “spegnere” senza soffrire (per la cronaca, il mio amico in coma sentiva tutto, a dispetto di quello che i medici credevano, e quando veniva mosso con poca delicatezza provava molto dolore); quello che cambia è la possibilità di decidere che viene lasciata a chi, di un figlio, o più tecnicamente e freddamente, del “paziente minorenne”, è da sempre e naturalmente responsabile: i suoi genitori.
È cambiata, perché negli anni anche il concetto di vita è cambiato.
Oggi ti dicono che la cosa più importante è il benessere del minore, ma nessuno ti spiega che per  benessere si intende una sorta di assenza del malessere: una condizione standard da assicurare, un livello minimo sotto il quale la vita non deve scendere, per non diventare indegna di essere vissuta .
Si parla di malattia, dolore, farmaci, accanimento terapeutico, eutanasia e tutta una serie di argomenti super specialistici, e la partita se la giocano medici e avvocati, mentre i genitori vengono automaticamente fatti fuori, metaforicamente s’intende.
Se poi, un giorno, dovessero mostrare di stare troppo male per la perdita del figlio, chissà, si potrebbe pensare di far smettere di soffrire anche loro.

Sono eccessivo, lo so.
Ma quando la Legge costringe i genitori di un bambino a guardare mentre gli viene staccata la spina, quando dichiara con la stessa empatia di un ghiacciolo che è nell’interesse del bambino morire dignitosamente, vietando a chi lo ha messo al mondo altri sforzi nel tentativo amorevole e disperato di salvarlo, non ce la faccio a non essere eccessivo.
Tutto legale, ci mancherebbe.
È andato tutto secondo la legge, ma Charlie non c’è più.
È stato sottratto all’autorità, e all’amore, dei suoi genitori e della sua vita ha deciso una corte di “giustizia”: non chi ancora lo ama, chi ha passato notti insonni e pianto per lui, ma chi si destreggia per mestiere tra leggi e commi, chi vive controllando l’applicazione di regole e precetti.
Sembra assurdo ma, a ben pensarci, sono sembrati più carichi di emozioni gli assassini dei giornalisti di Charlie Hebdo, anche loro convinti di fare bene, anche loro mossi dallo zelo nell’osservanza di una legge: quella secondo la quale vivono e che hanno applicato con scrupolo e senza esitazione, senza rimorso.
Una legge discutibile, sbagliata, crudele, assurda, inconcepibile (penso la stessa cosa di quella applicata dalla corte inglese che ha deciso per Charlie Gard).

Ma rimane, incredibile e triste, il verdetto pronunciato in entrambi i casi.
Charlie – deve – morire.