Crea sito

Elezioni e quote r…acchie

Quote rosa

Non ho l’abitudine di fare colazione al bar tutte le mattine, prima di andare al lavoro.
Sia le mie finanze che il mio fegato ne soffrirebbero.
Le rare volte in cui accade amo farlo prendendomi il mio tempo, sedendomi a leggere con calma uno dei quotidiani a disposizione dei clienti sui tavolini.
Più o meno una settimana fa, in una di queste occasioni, mentre mi accomodo facendo attenzione a non rovesciare il cappuccino, l’occhio mi cade sulla prima pagina di un giornale.
“Raggiunto l’accordo tra Renzi e Berlusconi” o qualcosa del genere.
Poggio la tazza in posizione sicura, afferro il giornale e lo spagino fino a raggiungere la notizia.
“Il testo prevede un premio di maggioranza…è previsto un secondo turno…soglia del 12% per…nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore al 50%…stop alle candidature multiple…”
Mi fermo, torno indietro, rileggo.
“Nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore al 50%”
Naaaaa! Ma dai! Ancora con queste benedette quote rosa!
Non se ne abbiano a male le donne, ma le ho sempre guardate (le quote, non le donne) come fossero liste di accesso al lavoro per le categorie protette, quelle per vedove e orfani di guerra, invalidi del lavoro, o parcheggi riservati, come per gli handicappati, pardon, disabili, ops! chiedo ancora scusa, diversamente abili.
Questa mania post-moderna di chiamare le cose con nomi che stanno alla realtà come il fondotinta alla pelle brufolosa di un’adolescente! Non ci farò mai l’abitudine.
Dunque, dov’ero rimasto? Ah, si: le categorie protette.
Non che consideri “l’altra metà del cielo” mancante di qualcosa, anzi.
Non ho mai avuto problemi a riconoscere che la donna che ho sposato possiede un’intelligenza più viva e acuta della mia, senza contare l’intuito (ah, l’intuito femminile!) così fuori misura da essere al limite del paranormale.
Il fatto è che le quote rosa mi rievocano una qualche specie in via d’estinzione; puzzano di già condannato dalla natura che fa richiesta per avere un posticino sicuro allo zoo.
Diciamocelo francamente: sono mortificanti.
Più che di emancipazione e di donne che si sono guadagnate ciò che hanno raggiunto, la cosa mi sa molto di cavalleresco, di lui che tiene aperta la porta mentre entra lei; usanza forse un po’ passata di moda (non ho mai incontrato una “lei” a cui abbia dato fastidio) ma che in politica, a mio modestissimo avviso, è semplicemente ridicola e avvilente la dignità di chi ne beneficia.
Senza contare il crearsi di situazioni che finiscono col favorire l’esatto opposto di ciò che volevano combattere, come quei casi, in un recente passato, in cui nelle liste elettorali sono state inserite all’ultimo minuto donne senza alcuna esperienza politica solo per riuscire a coprire il numero di posti previsto dalle quote, datosi che non c’erano altre candidate. Ma non è questo l’aspetto della questione che più m’interessa.
Mi chiedo piuttosto quale sia il limite di un tale modo di concepire le cose.
Fin dove ci si potrebbe spingere nello stabilire quote, mentre si arde del sacro fuoco delle pari opportunità?
Qualcuno, domani, potrebbe saltar su e dire: visto che c’è il rischio che qualche partito guardi più alla forma che alla sostanza candidando delle grandi gnocche solo per la loro gnoccaggine (c’entra un certo Silvio per caso?), chiediamo che da oggi la quota rosa preveda una rappresentanza di gnocche e di racchie in egual misura.
Sissignore, di racchie!
Ma se andiamo avanti così non se ne esce più: potremo arrivare a stabilire tre domeniche a settimana per evitare discriminazioni sul lavoro: il venerdì per i musulmani, il sabato per gli ebrei e quella solita per atei e credenti.
La pari dignità è giusta, anzi sacrosanta, ma non si raggiunge su questa strada.
Semplicemente perché la storia dell’uguaglianza tra i sessi fa acqua da tutte le parti.
Un’amica, giovane dottoressa appena entrata in ospedale, alcuni anni fa si lamentò con me perché costretta ad usare la pillola per bloccare le mestruazioni; per motivi di lavoro, mi disse.
Mi confidò che lo faceva per poter entrare in sala operatoria con la stessa frequenza dei colleghi maschi.
“Se cominci a saltare gli interventi perché hai le tue cose, poi ti chiamano meno degli altri”, mi spiegò.
Non so se fosse un modo di fare di quell’ospedale in particolare, se è la prassi ovunque o se avesse ingigantito qualche piccolo problema incontrato sul lavoro.
La questione sollevata, però, è plausibile.
E devo dire anche, in tutta onestà, che non so quanta voglia avrei di farmi aprire e frugare dentro da una a cui sono appena tornate le mestruazioni.
Vi prego, non datemi del maschilista.
Vedo le donne, tutti i giorni, fare con e per i figli cose che noi uomini possiamo solo sognare.
Hanno una sensibilità, un’attenzione, un acume che spesso mi fa sentire diversamente abile.
Diversamente. Che bella parola.
Io sono diverso da mia moglie e lei è diversa da me, grazie a Dio.
Oggi la cultura che va per la maggiore, moderna, progressista, che tanto osanna e difende la diversità considerandola sinonimo di ricchezza, improvvisamente si rimangia tutto quando si parla di uomo e donna.
Devono essere uguali, per forza.
Non, come nel caso in questione, in sana competizione nell’arena politica e vinca il migliore, ma quote azzurre e quote rosa.
“Ma gli uomini non ci candidano!”
Embè? Fate un partito di sole donne e vedete come va.
Ma non ditemi che è questa l’uguaglianza; men che meno un pareggio, per la donna, del livello di dignità che, se ogni uomo fosse uomo veramente, sarebbe pari sin dall’inizio del rapporto; tanto più se si tratta di un rapporto d’amore.

Comunque, se nonostante le ragioni sopra esposte qualcuno si fosse convinto che sono un irrecuperabile propugnatore dell’androcentrismo (cosa che mi preoccuperebbe quanto le oscillazioni dello Yen), voglio lasciare una porta aperta alla possibilità che, un giorno non lontano, si arrivi a dimostrare senza il minimo dubbio che mi sbaglio: schierandole a fianco dei colleghi maschi alle olimpiadi.
E vinca il migliore.
http://www.corrispondenzaromana.it/gli-studi-sul-cervello-contestano-lideologia-di-genere/