Crea sito

Historia magistra vitae

Politici in parlamento
Politici in parlamento

Chiedo subito un piccolo sforzo a chi si ritroverà davanti a queste righe.
Non sono poche, ma l’80% di ciò che leggerete non è mio e sono sicuro che solo pochissimi saranno in grado di riconoscerne subito l’autore.
Vado subito al dunque.
È ormai da qualche anno che, di tanto in tanto, un pensiero mi assale.
Si presenta sereno, inoffensivo, a volte, come tra amici che discutono di una possibile località per le prossime vacanze, o dell’auto che vorrebbero cambiare.
Altre volte minaccioso, inesorabile, quasi imminente, come l’inevitabile, funesta conclusione di un cancro diagnosticato intempestivamente e curato male.
Il pensiero a cui mi riferisco è una parola, di genere femminile, che però con le donne ha poco, anzi nulla, a che vedere.
Non la dirò subito: vorrei che prima deste un’occhiata a ciò che ho copiato qui di seguito.

(L’analisi)

Pensiamo, per un attimo, di quali misere idee siano infarciti, di norma, quelli che vengono chiamati «programmi di partito», e come, di volta in volta, vengano riadattati alle mutate idee correnti!

C’è una sola cosa che preoccupa e che spinge alla creazione di nuovi programmi e al cambiamento di quelli preesistenti: l’esito delle future elezioni. Appena nella mente di questi veri e propri giullari del mondo politico s’insinua il dubbio che il beneamato popolo possa mutare opinione e sfuggire dalle stanghe del carro di partito, loro, non fanno altro che riverniciare il timone.
Vengono chiamati allora quelli che potremmo considerare «astrologi di partito» detti anche «esperti» o «competenti»; sono in maggioranza vecchi parlamentari rotti a tutte le esperienze politiche, essi cominciano così a ricordare casi simili, in cui il popolo, stufo, perse definitivamente la pazienza, e suggerendo vecchie soluzioni, formano «commissioni», tengono d’occhio le reazioni del popolo leggono i giornali e fiutano l’umore della nazione per sapere cosa voglia mai quest’ultima e di cosa abbia paura…
Queste commissioni si riuniscono e rivedono i programmi creandone di nuovi, e facendo questo, detti uomini, mutano le proprie convinzioni politiche con la naturalezza di un soldato che cambi la propria camicia pullulante di pidocchi.
In questi nuovi programmi ciascuno ha la sua parte.
Il contadino si vede offerta la protezione dell’agricoltura, l’industriale quella dei propri prodotti, viene altresì assicurata al consumatore la difesa degli acquisti e gli insegnanti fruiscono di aumenti di stipendio, mentre i funzionari vedranno aumentare le proprie pensioni.
Lo stato penserà ai bisogni degli orfani e delle vedove, saranno ribassate le tariffe sui trasporti e favoriti i commerci, e, per finire, le tasse, se non abolite saranno almeno ridotte.
Capita spesso che un certo strato sociale venga dimenticato o che non si soddisfi una generale esigenza del popolo, allora viene inserito, a forza nei programmi, tutto quanto possa ancora trovarvi posto, nella speranza così di soddisfare in qualche modo quell’esercito di piccolo-borghesi e mogli rispettive.

Così agguerriti, fidando nel buon Dio e nella inattaccabile idiozia dell’elettorato si dà inizio alla lotta per la «riforma» (così viene chiamata) dello Stato. Passata per il giorno delle elezioni e terminato l’ultimo comizio dei parlamentari del quinquennio, allo scopo di passare dall’addormentamento delle masse ai loro più elevati ed allegri compiti, queste commissioni si sciolgono, e la battaglia per le nuove condizioni assomiglia alla lotta per la conquista del pane quotidiano, i deputati definiscono ciò «indennità parlamentare».

Tutte le mattine, il rappresentante del popolo arriva sino alla sede del Parlamento; se non entra, riesce ad arrivare perlomeno in anticamera dove viene affisso l’elenco dei parlamentari presenti: è su questo elenco, che il nostro, servendo la Nazione, scrive il proprio nome, ed è per questa fatica enorme, giornaliera, che incassa un profumato indennizzo.
Passati quattro anni, o avvicinandosi sempre più lo scioglimento della Camera, detti signori vengono sollecitati da un impulso irrefrenabile, al pari della larva che è destinata a trasformarsi in farfalla, codesti vermi di parlamento abbandonano così il rifugio comune e volano fuori, dal popolo.

Ricominciano nuovamente a parlare agli elettori narrando loro come siano ostinati gli altri, e di come essi abbiano invece duramente lavorato; succede invece che il popolo, questa massa d’ingrati, invece di applausi lancia sul loro viso insulti e urla piene di odio. In genere se l’ingratitudine popolare tocca livelli molto alti tocca rimediare con l’unico toccasana possibile; migliorare ancora i programmi.
Perciò la commissione si rinnova e risorge, dando di nuovo vita all’eterno inganno.
Conoscendo bene la testarda idiozia dell’umanità intera non dobbiamo poi stupirci dei risultati.
E’ così che il gregge del proletariato e della borghesia rientra nella stalla, tenuto per mano dal nuovo, invitante programma e dalla stanga, pronto a rieleggere coloro che lo hanno ingannato.
Con questo, l’uomo delegato dal popolo a rappresentarlo si ritrasforma nelle vesti del verme di parlamento, e riprende nuovamente a nutrirsi con le fronde dell’albero statale, per iniziare nuovamente il ciclo quattro anni dopo, mutarsi cioè di nuovo in farfalla.
Non esiste, credo, niente di più pietoso, che l’osservazione di questo fenomeno, dover cioè assistere, impotenti, all’eterno rinnovarsi di questo imbroglio.

Tutti i partiti che vengono definiti borghesi considerano «lotta politica» la continua battaglia per conquistare seggi in Parlamento, mentre le teorie e gli orientamenti vengono mutati secondo il caso.
I programmi di questi partiti hanno lo stesso valore, e dobbiamo valutare le loro forze allo stesso livello. Non sono cioè in possesso di quel magnetismo a cui le masse ubbidiscono, corroborato da nuove e interessanti teorie accoppiati a una cieca volontà di combattere per i propri punti di vista.

(La nuova proposta)

Perciò, se oggi, i cosiddetti ministri borghesi, muovono al nostro movimento l’ironico rimprovero di «voler fare una rivoluzione», potremmo dare una sola risposta a questi politicanti da commedia: «Sì, vogliamo recuperare tutto quello che voi, con la vostra delittuosa idiozia avete perduto.
Voi con le vostre teorie d’un parlamentarismo da contadini avete contribuito a spingere la nazione nell’abisso; ebbene, noi, invece, agendo in maniera offensiva, creando nuove concezioni del mondo e difendendone con cieco coraggio le teorie principali, innalzeremo per la nostra nazione quei gradini sui quali essa, un giorno, potrà finalmente salire al sacrario della libertà».

(L’azione)

Dall’avverarsi dell’esattezza delle nostre teorie si dovette così formare una nuova concezione di Stato che è per suo conto fondamentale elemento per una nuova concezione del mondo.

Rieccoci qui.
Lascia stupiti la travolgente attualità della descrizione della situazione politica in un altro paese e in un’altra epoca, segno evidente che l’uomo è sempre lo stesso: stessi appetiti, stessi difetti, stesse reazioni.
Bisogna ammettere, purtroppo, che se, come diceva Cicerone, la storia è maestra di vita noi siamo dei ben miseri e indisciplinati allievi.
Per questo il pensiero ricorrente, la parola che da qualche anno in qua mi affiora alla mente è “dittatura”.
Mi spaventa in particolare il fatto di essere quasi arrivato a sentirne la necessità, come se il paziente, che è il nostro travagliato paese, a questo punto dell’infezione d’altro non avesse bisogno che di una drastica amputazione, ad opera di un chirurgo che, più che impietoso, servirebbe sadico.
Eppure non riesco a non pensare che se siamo arrivati a questo stato di cose la responsabilità è in parte anche di me, che sto scrivendo, di te, che stai leggendo, e di chiunque potrebbe fare meglio il suo compito, ogni santo giorno, nel suo piccolo, mentre invece si comporta come se le cose non dipendessero da lui.
Secoli fa, qualcuno che la verità non la mandava a dire e che divenne così scomodo da finire appeso ad una croce, sentenziò: “Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco è disonesto anche nel molto”.
Spero, come tutti, che le cose cambino; so, però, che non accadrà come io desidero se non sarò disposto a lottare per questo ogni giorno; a rinunciare a qualcosa per questo, ogni giorno.
Spero (ma devo ammettere che non ci credo) che i nostri governanti si accorgano che hanno tirato troppo la corda, e che i prossimi disperati potrebbero cambiare modus operandi e cominciare a “suicidare” parlamentari, anziché sé stessi.
Spero, soprattutto, che gli italiani arrivino, un giorno non lontano, a sentirsi un popolo, orgogliosi di esserlo, responsabili ognuno dell’esistenza di chi gli sta di fianco.

Per i curiosi, il brano che ho riportato è tratto dal primo capitolo del libro “Mein kampf” di Adolf Hitler.